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19/03/2012

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E' stata una vera a propria chiamata a raccolta quella del 21 marzo, quando la Fondazione FC ha dato appuntamento a quanti hanno a cuore la sconfitta della fibrosi cistica. Obiettivo della tavola rotonda su "Farmaci orfani per malattie orfane" organizzata in partnership con la divisione Salute del Corriere della Sera era quello di posare la prima pietra del lungo ponte, necessario a traghettare la ricerca dal livello preclinico attuale al letto del malato, dalla molecola studiata nei laboratori al medicinale finalmente in mano al paziente. All'incontro sono stati invitati i principali attori di una sfida impegnativa: costruire un ponte dai costi estremamente elevati che, proprio per questa ragione, richiede l'entrata in campo di nuovi soggetti - le grandi imprese farmaceutiche - che consentano alla Fondazione di completare l'opera per cui è nata: trovare una cura definitiva della fibrosi cistica.
Il ruolo della Fondazione FC
Parecchi studi finanziati dalla FFC con undici milioni di euro in dieci anni, hanno prodotto risultati di rilievo nell'individuazione di sostanze candidate a diventare farmaci per la cura della malattia. «Il passaggio dalla molecola al farmaco (cioè dal laboratorio al malato) è un processo molto complesso e soprattutto molto costoso - ha spiegato i direttore scientifico FFC, Gianni Mastella - e non basterebbero le risorse che un'organizzazione di charity può mettere a disposizione. Qui occorrono capitali importanti per rendere le molecole selezionate utilizzabili negli studi sul malato e portarle infine nell'ambito della cura». Per questo la Fondazione si è rivolta all'industria farmaceutica, andando a selezionare possibili interlocutori attenti alla costruzione di un'immagine etica e alla possibilità (un tempo trascurata) di trovare anche nel filone delle malattie orfane un ritorno economico. «Quelle più illuminate - afferma il professor Mastella - arrivano a ragionare così: la produzione di farmaci competitivi nei confronti di patologie molto comuni rischia di non produrre sufficiente profitto; è infatti molto difficile ottenere un farmaco che dia vantaggi (benefici e tolleranza) superiori a quelli numerosi che sono già in commercio per le patologie più comuni. L'investimento su farmaci per malattie rare ha invece notevoli chances di non trovare competitors e di rivelarsi alla fine remunerativo, tanto più se (come abbiamo visto nel caso del Kalydeco a 294 mila dollari l'anno per paziente) si accetta che i prezzi del farmaco al "consumatore" per queste patologie rare siano esorbitanti».
Telethon, l'apripista
Nell'ascoltare il direttore generale della Fondazione Telethon, Francesca Pasinelli, si capisce che attrarre l'attenzione della grande industria farmaceutica su una malattia orfana è possibile. Condizione fondamentale? Che il piano di ricerca sia «credibile a livello internazionale», così come è successo nel caso dell'accordo Glaxo - ADA scid: un impegno di spesa di 10 milioni di euro da parte della multinazionale farmaceutica per il completamento di sviluppo clinico e la commercializzazione della terapia genica a favore di questa rara immunodeficienza che conta 20 nuovi pazienti all'anno in tutto il mondo. «La fruibilità delle terapie - avverte il direttore Pasinelli, un milione 126 mila euro in sei anni per la fibrosi cistica - si basa sull'assunzione di responsabilità tra i diversi attori». In altre parole, non si arriva a nessuna cura se ciascun attore non fa la propria parte: governo e istituzioni realisticamente assolvono l'onere dei primi passaggi dalla ricerca di base alla preclinica (anche se «gli ultimi fondi pubblici avuti per la fibrosi cistica - denuncia il presidente LIFC, Paolo Berti - risalgono al 2006»); associazioni e charities possono spingere la ricerca sino allo sviluppo preclinico, alle soglie della sperimentazione nell'uomo; ma il completamento del processo sino alla produzione del farmaco e alla produzione della terapia, questo passo sta nelle capacità e nelle competenze dell'industria farmaceutica.
Le ricerche su cui puntare
Sono tre i filoni di ricerca più promettenti su cui la Fondazione FC ha scelto di impegnarsi, una volta compreso - come ha sottolineato Luis Galietta, ricercatore del laboratorio di genetica molecolare del Gaslini di Genova - che «la strada breve della terapia genica (sostituire il gene malato con quello sano) ad oggi non dà risultato sulla fibrosi cistica». Il primo filone su cui puntare riguarda una famiglia di potenziali farmaci finalizzati a far maturare e poi potenziare la proteina difettosa (CFTR), prodotta da un gene difettoso, cioè "mutato". E' in causa la mutazione più comune, chiamata DF508, che fa produrre una proteina CFTR difettosa, incapace di raggiungere la sua sede di azione, la membrana delle cellule epiteliali, quelle che rivestono bronchi, intestino, dotti del pancreas e altri organi. Questa proteina, in condizioni normali, assicura il giusto passaggio di sali e acqua alle secrezioni esterne, consentendo una normale funzionalità degli organi serviti da tali secrezioni. Le molecole in questione hanno dimostrato in studi preclinici di essere in grado di correggere la proteina difettosa, nel senso di farla maturare e progredire alla sua sede ma anche in quello di stimolarla a funzionare al meglio, una volta raggiuntala. Il trattamento con queste molecole, una volta confermata con studi clinici la loro efficacia e sicurezza, potrebbe prevenire o mitigare il decorso della malattia polmonare di una frazione di malati non inferiore al 50-70%.
Il secondo filone riguarda la possibilità di correggere l'effetto di un gruppo di mutazioni chiamate di "splicing" : il meccanismo con cui il codice contenuto nel DNA del gene viene trasmesso alla cellula perché possa procedere alla sintesi della proteina CFTR (tema di cui si è trattato a pagina 5).
La terza strategia riguarda una sostanza che viene di norma prodotta dall'organismo umano a scopo di difesa contro le infezioni ed a scopo di modulazione della risposta infiammatoria. Nel malato di fibrosi cistica la disponibilità di tale sostanza è inadeguata a far fronte alla vastità dell'infezione polmonare cui va soggetto ed alla esagerata risposta infiammatoria auto distruttrice. Studi in vitro e su modelli animali hanno dimostrato la potenzialità curativa della sostanza, naturalmente somministrabile come generoso supplemento. Una volta dimostratane l'efficacia e la tollerabilità in studi clinici, questa sostanza potrebbe risultare in sensibile beneficio per la maggior parte dei malati con fibrosi cistica, indipendentemente dalle mutazioni che essi portano.
Con chi costruire il ponte per raggiungere il farmaco
Alla tavola rotonda di Milano erano presenti i maggiori riferimenti dell'industria farmaceutica che negli ultimi anni hanno dimostrato buona apertura nei confronti delle patologie orfane: GlaxoSmithKline, Novartis, Dompé, Sanofi/Genzyme, Chiesi farmaceutici. Gli interventi dei rappresentanti hanno tutti confermato una seria attenzione nei confronti delle linee di ricerca sostenute da FFC. Ma Glaxo ha fatto un significativo passo in più: ha reso pubblico un accordo siglato con la direzione scientifica della Fondazione FC di «valutazione delle conoscenze prodotte dalla ricerca FFC ai fini della loro traducibilità in farmaco» come ha spiegato il direttore medico-scientifico, Giuseppe Recchia. «Senza collaborazione - ha detto - non c'è sviluppo: noi siamo attenti a quanto si muove, ai composti con capacità di diventare farmaco, con la disponibilità a completare il ciclo di ricerca». Per arrivare a risultati, «il settore pubblico, accademico, privato devono andare avanti insieme»: la coperta delle risorse a disposizione delle malattie orfane è corta ma «tre coperte cucite insieme possono portare alla soluzione desiderata».
QUANDO LA MALATTIA E' ORFANA Per definizione le malattie rare riguardano relativamente poche persone: al massimo una persona su 2.000. Il loro numero è però talmente elevato - sono circa 7.000 - che, alla fine, i pazienti coinvolti nelle patologie "orfane" sono tantissimi: almeno 30-40 milioni di persone nell'Unione Europea. Come rileva Vittorio Bertele', dell' Istituto Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, le malattie rare generano "un problema sociosanitario imponente" la cui soluzione "è ostacolata del frazionamento del problema: tante piccole malattie su cui è difficile investire, perché l'individuazione e lo sviluppo di trattamenti avrebbero scarsa remunerazione dal mercato"; uno scenario che "sfida il criterio di equità in base al quale il Servizio Sanitario Nazionale deve garantire quanta più salute pubblica è possibile acquisire con le risorse disponibili". Ad occuparsi delle orfane sono allora soprattutto università e solidarietà che incontrano però precisi limiti nella possibilità di affrontare la sfida sotto i profilo economico. A meno che non incontrino il supporto dell'industria farmaceutica.