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La Ricerca, il lavoro più bello del mondo

Dietro il microscopio: Emanuela Caci

«Il nostro servizio cerca soluzioni per tutti malati,
non solo per quelli con le mutazioni più diffuse.»

In un certo senso, si può dire che Emanuela Caci lavori in banca. La particolarità è che non maneggia denaro ma cellule di epitelio bronchiale che raccoglie e poi distribuisce a laboratori e centri di ricerca che ne fanno richiesta. Specialista in microbiologia, ricercatrice presso il laboratorio di Genetica medica dell’Istituto Gaslini di Genova, è responsabile del servizio Colture Primarie, finanziato da FFC: una banca nazionale che mette a disposizione della ricerca materiale biologico di malati FC sottoposti a trapianto polmonare; servizio nato a inizio 2012 per dare supporto agli studi sulla fibrosi cistica in Italia.

 

Dottoressa possiamo dire che la particolarità del suo lavoro è trasformare un materiale biologico che andrebbe buttato in una speranza di vita futura?

«Quello che facciamo è collezionare cellule: semplificando molto, noi ritiriamo polmoni espiantati per estrarre le cellule primarie dall’epitelio bronchiale soprattutto di pazienti FC, le spediamo in fiale congelate ai laboratori che ne fanno richiesta, con l’obiettivo di testare la loro reazione in vitro a determinati composti, riproducendo così in provetta quello che succederebbe a un malato in carne ed ossa se trattato con quel farmaco. Quindi sì, trasformiamo un polmone malato, che non serve più a nessuno, in materia preziosa per gli studi sulla fibrosi cistica».

Dietro le provette le capita di vedere le persone o è un’impresa impossibile?

«A me succede. Probabilmente nasce tutto dal fatto che in più occasioni ho fatto banchetti in piazza a fianco delle mamme con figli FC: la loro determinazione a dare un futuro ai loro bambini è impressionante, ti mettono addosso una grande carica che poi ti segue anche in laboratorio».

A cosa pensa esattamente?

«Quando arriva un bronco espiantato è abbinato al sesso, a una data di nascita. Da quel momento, per me non è solo un insieme di cellule ma è un ragazzo, una bambina, l’ultima aveva nove anni. So che i loro polmoni sono arrivati da me perché erano al limite e quindi immagino la loro battaglia per ripartire con una nuova vita dopo il trapianto. Confesso che più di una volta mi è venuta la tentazione di chiedere loro notizie al chirurgo (al dottor Alessandro Palleschi del Policlinico di Milano, ndr) per sapere come stanno».

Emanuela Caci alla festa per il ventennale di Fondazione FFC

Un’immagine molto distante da quella dei ricercatori arroccati nei loro laboratori, le pare?

«Per me e per tanti colleghi la fibrosi cistica non è una malattia distante e il nostro atteggiamento non è da distaccato studioso teorico: facciamo parte anche noi della battaglia di Fondazione, ciascuno con quello che meglio sa fare».

Torniamo alle cellule bronchiali. Che risultati si possono avere dal loro studio?

«Partiamo da questo presupposto: il materiale che riceviamo dalla chirurgia toracica riflette esattamente quanto succede nel polmone del paziente. Per questo, quando viene utilizzato per testare i  composti, ci permette di valutare l’efficacia del trattamento. Come se avessimo a disposizione la persona e la sua malattia. È il tema fondamentale della medicina personalizzata».

Ovvero la prospettiva di cura per chi ha mutazioni rare e orfane di un rimedio.

«Con i nostri studi possiamo fornire indicazioni terapeutiche importanti, fondamentali per chi ha mutazioni non incluse nei trial clinici. Noi dobbiamo pensare a tutti i malati – un esercito di persone che mi sento di rassicurare – non solo a quelli con le mutazioni più diffuse. Al Gaslini lavoriamo per questo: seguiamo il filone “bancario” del Servizio Colture Primarie e quello che testa la reazione delle cellule ai composti».

Quindi il filone Task Force for Cystic Fibrosis?

«Ho grandi aspettative su ARN23765, nato dalle prove eseguite al Gaslini su 30 mila composti. L’obiettivo del nostro lavoro è portare benessere e futuro ai malati, c’è troppo dolore nella vita di questi ragazzi. Ma serve aiuto: istituti come il nostro lavorano per trovare una soluzione alla fibrosi cistica grazie allo sforzo di Fondazione di garantirci fondi per fare ricerca; e a sua volta FFC fa appello al buon cuore delle persone. È questo il punto dolente della ricerca italiana: fa cose incredibili anche a livello mondiale ma soffre del fatto che si basa su aiuti privati».

I ricercatori Luis Galietta e Olga Zegarra

 

Emanuela Caci è tra i fortunati che pensano che il loro sia “il lavoro più bello del mondo”.
Deve questa sua passione a un paio di persone di cui conserva la foto sulla scrivania. Nell’immagine si vedono i ricercatori Luis Galietta e Olga Zegarra, scomparsa nel 2017, in uno scatto del 2001 quando insieme lavoravano al Gaslini: ballano ed esultano, felici come bambini per una scoperta appena fatta.

Una foto simbolo di come la ricerca, unita al talento, può essere davvero “il lavoro più bello del mondo”.

 

 

 

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